Semio-teca è il blog didattico del Laboratorio (2) di scrittura della Laurea Magistrale in Semiotica dell'Università di Bologna. Curato dal docente Antonio Laurino, raccoglie e presenta gli elaborati prodotti dalle studentesse e dagli studenti durante le diverse edizioni del corso, a partire dall'a.a. 2018/2019. I testi che ospita, redatti individualmente o in coppia e oggetto di discussioni critiche collettive, affrontano, da una prospettiva semiotica, temi ed eventi politici, culturali, artistici e mediatici, hanno carattere essenzialmente commentativo e sono rivolti a un pubblico interessato ma non specialista.

Roma e i barbari: le origini storiche della paura dello straniero

Nel dibattito contemporaneo sull’identità culturale e il rapporto con il diverso emerge una tensione apparentemente irrisolvibile: conciliare l’uguaglianza senza omologarsi, e la differenza senza trasformarla in conflitto. In un mondo sempre più interconnesso, il rischio non è soltanto quello di chiudersi nella paura dell’altro, ma anche quello opposto di appiattire ogni specificità.

Riflettere sull’identità significa allora interrogarsi sui processi attraverso cui definiamo noi stessi in rapporto agli altri, spesso mediante dinamiche di opposizione.

In questa prospettiva, la costruzione dell’identità per contrasto è un meccanismo ricorrente nella storia, che trova un esempio emblematico nella rappresentazione dei barbari da parte dei Romani.

 

L’invenzione del nemico e il caso dei barbari

Quando l’identità si sente minacciata, scatta il meccanismo psicologico della costruzione del nemico. Creare un avversario, come ha insegnato Umberto Eco, è la strategia più semplice per conferire coesione a un gruppo privo di una reale consapevolezza di sé. La civiltà si definisce spesso per contrasto. Il concetto di barbarie è stato usato come uno specchio deformante fin dall’antichità.

Un esempio storico di questo rifiuto di tradurre e comprendere una differente tradizione riguarda la costruzione dei barbari nell’antica Roma. Definire l’altro come barbaro serve, in primo luogo, a unire la comunità contro un pericolo esterno, e, successivamente, a legittimare la propria superiorità e giustificare la percezione di sentirsi minacciati. La narrazione della crudeltà e dell’arretratezza di questi popoli si inserisce in una strategia politica che vuole tracciare un confine tra chi è “dentro” e chi “fuori” dal perimetro della civiltà. In realtà molti di questi “nemici” erano già integrati nel sistema romano, ma la propaganda aveva bisogno di mantenerli alieni per giustificare la superiorità della civiltà imperiale.

 

Il dialogo come orizzonte condiviso

Contro questa logica di esclusione, è necessario ripensare il concetto di cultura. Non esistono culture pure o isolate, ma queste sono sempre frutto di intrecci e scambi secolari. Da questo punto si vista, risulta interessante la tesi di Gian Paolo Caprettini e la definizione dell’identità come una singola parte di un flusso comunicativo ininterrotto in cui nulla può essere considerato isolato. Secondo questa prospettiva, l’identità non si ritiene più come confine rigido, ma come un ponte in continua costruzione, uno spazio dinamico capace di accogliere l’altro e di ridefinirsi costantemente attraverso il dialogo.

L’identità culturale, in conclusione, può diventare una risorsa da offrire solo quando smetterà di essere considerata una fortezza da presidiare. Superare il bisogno di inventare avversari e resistere al rischio dell’omologazione significa riconoscere che la differenza non è una minaccia, ma una possibilità di arricchimento reciproco.

Edoardo Fasoli

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