Roma e i barbari: le origini storiche della paura dello straniero
Nel dibattito contemporaneo sull’identità culturale e il rapporto con il diverso emerge una tensione apparentemente irrisolvibile: conciliare l’uguaglianza senza omologarsi, e la differenza senza trasformarla in conflitto. In un mondo sempre più interconnesso, il rischio non è soltanto quello di chiudersi nella paura dell’altro, ma anche quello opposto di appiattire ogni specificità.
Riflettere sull’identità
significa allora interrogarsi sui processi attraverso cui definiamo noi stessi
in rapporto agli altri, spesso mediante dinamiche di opposizione.
In questa prospettiva, la costruzione
dell’identità per contrasto è un meccanismo ricorrente nella storia, che
trova un esempio emblematico nella rappresentazione dei barbari da parte dei
Romani.
L’invenzione del nemico e il caso dei barbari
Quando l’identità si sente minacciata, scatta il meccanismo psicologico della costruzione del nemico. Creare un avversario, come ha insegnato Umberto Eco, è la strategia più semplice per conferire coesione a un gruppo privo di una reale consapevolezza di sé. La civiltà si definisce spesso per contrasto. Il concetto di barbarie è stato usato come uno specchio deformante fin dall’antichità.
Un esempio storico di questo
rifiuto di tradurre e comprendere una differente tradizione riguarda la
costruzione dei barbari nell’antica Roma. Definire l’altro come barbaro serve,
in primo luogo, a unire la comunità contro un pericolo esterno, e,
successivamente, a legittimare la propria superiorità e giustificare la
percezione di sentirsi minacciati. La narrazione della crudeltà e
dell’arretratezza di questi popoli si inserisce in una strategia politica
che vuole tracciare un confine tra chi è “dentro” e chi “fuori” dal perimetro
della civiltà. In realtà molti di questi “nemici” erano già integrati nel
sistema romano, ma la propaganda aveva bisogno di mantenerli alieni per
giustificare la superiorità della civiltà imperiale.
Contro questa logica di esclusione, è necessario ripensare il concetto di cultura. Non esistono culture pure o isolate, ma queste sono sempre frutto di intrecci e scambi secolari. Da questo punto si vista, risulta interessante la tesi di Gian Paolo Caprettini e la definizione dell’identità come una singola parte di un flusso comunicativo ininterrotto in cui nulla può essere considerato isolato. Secondo questa prospettiva, l’identità non si ritiene più come confine rigido, ma come un ponte in continua costruzione, uno spazio dinamico capace di accogliere l’altro e di ridefinirsi costantemente attraverso il dialogo.
L’identità culturale,
in conclusione, può diventare una risorsa da offrire solo quando smetterà di
essere considerata una fortezza da presidiare. Superare il bisogno di inventare
avversari e resistere al rischio dell’omologazione significa riconoscere che la
differenza non è una minaccia, ma una possibilità di arricchimento reciproco.
Edoardo Fasoli
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