Le macchine non possono pregare: la sfida del senso nella cultura umanistica
L’indifferenza dell’algoritmo
L’intelligenza artificiale incarna l’apatia di Meursault, il protagonista del libro Lo Straniero di Albert Camus. Così come l’impiegato di Algeri osserva scorrere la propria esistenza senza parteciparvi attivamente, il sistema digitale esegue senza alcun coinvolgimento emotivo. In quella che Luciano Floridi definisce infosfera – l’ambiente odierno in cui digitale e analogico si fondono – assistiamo al disaccoppiamento tra l’agire e il percepire. La tecnologia lavora come un pappagallo stocastico: un’agency efficace per risolvere compiti complessi prevedendo sequenze di parole, ma priva di consapevolezza. Pur lavorando con successo, essa rimane incapace di creare nuovo senso nel reale, limitandosi a ricomporre frammenti di un mondo che non le appartiene.
La logica del segno e le non-cose
I Large Language Model possiedono comunque una soggettività riflessiva
che Claudio Paolucci, in Nati Cyborg, definisce attraverso la loro
capacità di sapere di non poter mentire. Se per Umberto Eco la semiotica
è la scienza di tutto ciò che può essere usato per l'inganno, l'intelligenza
artificiale occupa il polo opposto: un'onestà algoritmica che ne
costituisce lo statuto soggettivo. Il problema non risiede nella
legittimità di tale identità, ma nella sua natura incorporea, essendo priva
di contatto e sensazioni. Come avverte il filosofo Byung-Chul Han, l’algoritmo genera infatti
delle non-cose: flussi di dati che abitano la sintassi senza mai avvertire
l'attrito con la materia o il peso del mondo. Il problema non sta quindi
nell’attribuzione di riflessività all’IA, ma alla sua incapacità di interazione
emotiva con il mondo in cui è immersa.
L’eredità umana e l’urgenza del
vissuto
In questo vuoto si innesta la riflessione
del cantautore Anastasio: i software possono imitare ogni gesto umano ma
non riescono a pregare, poiché l’invocazione è un atto incalcolabile di
presenza che la statistica non può originare. Tra l’altro, essendo addestrate
esclusivamente sul nostro passato, queste tecnologie sono specchi della
storia umana e non producono nulla di davvero inedito. La sfida della
cultura umanistica è quindi quella di rivendicare il primato delle vite
attive nella creazione del senso, senza competere con la velocità del
calcolo: coltivando l’urgenza del vissuto per esplorare territori
emotivi che l’IA può sì trascrivere, ma che solo l'essere umano può
percepire come autentici. Si avverte la necessità di considerare questi
fenomenali strumenti come tali, smettendola di ridurli a inutili ripetitori o,
peggio, di elevarli a nuove divinità.
Andrea Pio Di Candia
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