Semio-teca è il blog didattico del Laboratorio (2) di scrittura della Laurea Magistrale in Semiotica dell'Università di Bologna. Curato dal docente Antonio Laurino, raccoglie e presenta gli elaborati prodotti dalle studentesse e dagli studenti durante le diverse edizioni del corso, a partire dall'a.a. 2018/2019. I testi che ospita, redatti individualmente o in coppia e oggetto di discussioni critiche collettive, affrontano, da una prospettiva semiotica, temi ed eventi politici, culturali, artistici e mediatici, hanno carattere essenzialmente commentativo e sono rivolti a un pubblico interessato ma non specialista.

Le macchine non possono pregare: la sfida del senso nella cultura umanistica

L’indifferenza dell’algoritmo

L’intelligenza artificiale incarna l’apatia di Meursault, il protagonista del libro Lo Straniero di Albert Camus. Così come l’impiegato di Algeri osserva scorrere la propria esistenza senza parteciparvi attivamente, il sistema digitale esegue senza alcun coinvolgimento emotivo. In quella che Luciano Floridi definisce infosfera  l’ambiente odierno in cui digitale e analogico si fondono  assistiamo al disaccoppiamento tra l’agire e il percepire. La tecnologia lavora come un pappagallo stocastico: un’agency efficace per risolvere compiti complessi prevedendo sequenze di parole, ma priva di consapevolezza. Pur lavorando con successo, essa rimane incapace di creare nuovo senso nel reale, limitandosi a ricomporre frammenti di un mondo che non le appartiene.

La logica del segno e le non-cose

I Large Language Model possiedono comunque una soggettività riflessiva che Claudio Paolucci, in Nati Cyborg, definisce attraverso la loro capacità di sapere di non poter mentire. Se per Umberto Eco la semiotica è la scienza di tutto ciò che può essere usato per l'inganno, l'intelligenza artificiale occupa il polo opposto: un'onestà algoritmica che ne costituisce lo statuto soggettivo. Il problema non risiede nella legittimità di tale identità, ma nella sua natura incorporea, essendo priva di contatto e sensazioni. Come avverte il filosofo Byung-Chul Han, l’algoritmo genera infatti delle non-cose: flussi di dati che abitano la sintassi senza mai avvertire l'attrito con la materia o il peso del mondo. Il problema non sta quindi nell’attribuzione di riflessività all’IA, ma alla sua incapacità di interazione emotiva con il mondo in cui è immersa.

L’eredità umana e l’urgenza del vissuto

In questo vuoto si innesta la riflessione del cantautore Anastasio: i software possono imitare ogni gesto umano ma non riescono a pregare, poiché l’invocazione è un atto incalcolabile di presenza che la statistica non può originare. Tra l’altro, essendo addestrate esclusivamente sul nostro passato, queste tecnologie sono specchi della storia umana e non producono nulla di davvero inedito. La sfida della cultura umanistica è quindi quella di rivendicare il primato delle vite attive nella creazione del senso, senza competere con la velocità del calcolo: coltivando l’urgenza del vissuto per esplorare territori emotivi che l’IA può sì trascrivere, ma che solo l'essere umano può percepire come autentici. Si avverte la necessità di considerare questi fenomenali strumenti come tali, smettendola di ridurli a inutili ripetitori o, peggio, di elevarli a nuove divinità.

Andrea Pio Di Candia

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