La biblioteca che non sa di esserlo
La macchina che non sa di leggere
C’è qualcosa di leggermente comico nell’idea che la cultura
umanistica, che per secoli si è nutrita della polisemia e dell’interpretazione
come atto creativo, si trovi oggi in difficoltà davanti a uno strumento che fa
le stesse cose, ma senza accorgersene.
Un modello di intelligenza artificiale generativa è
addestrato su testi: romanzi, saggi, enciclopedie, commenti online,
trattati di filosofia, ricette di cucina. Apprende, in senso stretto, dalle
parole che gli esseri umani hanno scritto per secoli. Sembra essere la biblioteca di Babele immaginata da
Borges: infinita e per questo inabitabile.
Il paradosso è che questo processo di apprendimento somiglia
moltissimo a una formazione umanistica, ma produce qualcosa di diverso da
un umanista: uno strumento straordinariamente fluente, capace di simulare
l’argomentazione, il dubbio, persino l’ironia; senza però abitarli davvero.
Il problema non è la velocità
Chi teme che l’IA sostituisca la cultura umanistica ragiona come se il problema fosse la produttività: la macchina scrive più in fretta, dunque vince. Tuttavia, la cultura umanistica non ha mai avuto come obiettivo la velocità. Ha invece ricercato la compren
sione, che è lenta,
obliqua e si sottrae alla logica dell’algoritmo che premia la frequenza e
punisce la profondità, come tematizzato
da Byung-Chul Han.
Detto ciò, rifiutare lo strumento in nome di una purezza
intellettuale suona come respingere la stampa in favore del manoscritto. L’IA
può ampliare il campo delle ipotesi, liberare spazio per ciò che conta
davvero: il giudizio critico, la scelta del punto di vista, la responsabilità
di un’interpretazione. A patto, però, di non confondere la fluidità con
la profondità. Un testo ben scritto e un testo intellettualmente profondo non
sono la stessa cosa, e distinguerli è, da sempre, un compito umanistico.
Il vero problema è il rumore
La questione più urgente, però, non è solo la qualità di ciò che la macchina produce. È la quantità. Viviamo già immersi in una sovrapproduzione di segni, contenuti e opinioni nella quale ogni voce esiste per un centesimo di secondo prima di essere sommersa dalla successiva. L’intelligenza artificiale non ha inventato questo rumore: lo amplifica, lo accelera. In un simile contesto, la cultura umanistica non è una vittima; è semmai l’unico antidoto disponibile. Non perché sappia produrre meno, ma perché ha sempre saputo leggere meglio: ovvero scegliere, distinguere, attribuire importanza. Proprio ciò di cui abbiamo bisogno, ora che il testo è diventato infinito.
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