Semio-teca è il blog didattico del Laboratorio (2) di scrittura della Laurea Magistrale in Semiotica dell'Università di Bologna. Curato dal docente Antonio Laurino, raccoglie e presenta gli elaborati prodotti dalle studentesse e dagli studenti durante le diverse edizioni del corso, a partire dall'a.a. 2018/2019. I testi che ospita, redatti individualmente o in coppia e oggetto di discussioni critiche collettive, affrontano, da una prospettiva semiotica, temi ed eventi politici, culturali, artistici e mediatici, hanno carattere essenzialmente commentativo e sono rivolti a un pubblico interessato ma non specialista.

La biblioteca che non sa di esserlo

La macchina che non sa di leggere

C’è qualcosa di leggermente comico nell’idea che la cultura umanistica, che per secoli si è nutrita della polisemia e dell’interpretazione come atto creativo, si trovi oggi in difficoltà davanti a uno strumento che fa le stesse cose, ma senza accorgersene.

Un modello di intelligenza artificiale generativa è addestrato su testi: romanzi, saggi, enciclopedie, commenti online, trattati di filosofia, ricette di cucina. Apprende, in senso stretto, dalle parole che gli esseri umani hanno scritto per secoli. Sembra essere la biblioteca di Babele immaginata da Borges: infinita e per questo inabitabile.

Il paradosso è che questo processo di apprendimento somiglia moltissimo a una formazione umanistica, ma produce qualcosa di diverso da un umanista: uno strumento straordinariamente fluente, capace di simulare l’argomentazione, il dubbio, persino l’ironia; senza però abitarli davvero.

 

Il problema non è la velocità

Chi teme che l’IA sostituisca la cultura umanistica ragiona come se il problema fosse la produttività: la macchina scrive più in fretta, dunque vince. Tuttavia, la cultura umanistica non ha mai avuto come obiettivo la velocità. Ha invece ricercato la compren

sione, che è lenta, obliqua e si sottrae alla logica dell’algoritmo che premia la frequenza e punisce la profondità, come tematizzato da Byung-Chul Han.

Detto ciò, rifiutare lo strumento in nome di una purezza intellettuale suona come respingere la stampa in favore del manoscritto. L’IA può ampliare il campo delle ipotesi, liberare spazio per ciò che conta davvero: il giudizio critico, la scelta del punto di vista, la responsabilità di un’interpretazione. A patto, però, di non confondere la fluidità con la profondità. Un testo ben scritto e un testo intellettualmente profondo non sono la stessa cosa, e distinguerli è, da sempre, un compito umanistico.

 

Il vero problema è il rumore

La questione più urgente, però, non è solo la qualità di ciò che la macchina produce. È la quantità. Viviamo già immersi in una sovrapproduzione di segni, contenuti e opinioni nella quale ogni voce esiste per un centesimo di secondo prima di essere sommersa dalla successiva. L’intelligenza artificiale non ha inventato questo rumore: lo amplifica, lo accelera. In un simile contesto, la cultura umanistica non è una vittima; è semmai l’unico antidoto disponibile. Non perché sappia produrre meno, ma perché ha sempre saputo leggere meglio: ovvero scegliere, distinguere, attribuire importanza. Proprio ciò di cui abbiamo bisogno, ora che il testo è diventato infinito.

Edoardo Fasoli

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