La Cultura ferita: distruzione dei luoghi di apprendimento nei conflitti
“Morirono in 184, quei bambini coi loro insegnanti. Perché? Non c’erano combattenti tra loro, perché bombardarli?”. Gino Strada, fondatore di Emergency, nella sua autobiografia Pappagalli verdi: cronache di un chirurgo di guerra fa riferimento al bombardamento effettuato dagli Alleati nel corso della Seconda Guerra Mondiale, che colpì il quartiere milanese di Gorla e una scuola per l’infanzia.
Attaccare militarmente luoghi di apprendimento è, dal 2015, una pratica illegale secondo le direttive dell’impegno politico intergovernativo Safe School Declaration. Le 120 Nazioni aderenti si impegnano nella tutela dell’educazione durante i conflitti armati, garantendo protezione a studenti, insegnanti ed edifici scolastici. Nonostante questo, le parole usate da Strada per commemorare i piccoli martiri di Gorla risuonano attuali, a due mesi dal raid con cui gli Stati Uniti hanno raso al suolo una scuola elementare nella città iraniana di Minab, provocando 168 vittime.
Il fotografo spagnolo Diego Ibarra Sánchez documenta tramite il progetto Hijacked Education il rovesciamento semantico dell’ambiente scolastico che vede alterata la sua funzione educativa, rappresentando chiaramente le atrocità morali scaturite dai conflitti bellici.
Una frattura spaziale che diventa emotiva. Il luogo della convivialità culturale silenziato dai colpi di arma da fuoco. Lo Spazio è discorso, il trauma incassato ne modifica irrimediabilmente la grammatica. Come sottolineato nel libro Paesaggi della memoria di Patrizia Violi, fondatrice del Centro Trame, l’ambiente comunica ogni trasformazione a cui è sottoposto: un’aula viva è costretta a chiudersi, le armi distruggono il futuro cancellando il passato.
L’atto di bruciare i libri indica in maniera inequivocabile la volontà di distruzione identitaria: Jan Assman sottolineava come la memoria culturale sia stabilizzata nei testi e nelle istituzioni. Bruciando Cultura, attaccando luoghi di apprendimento, si costringe al buco della memoria la storia di un popolo.
Tuttavia,
proprio nella frattura traumatica si può ritrovare speranza. Lo squarcio che ha
demolito l’aula scolastica rappresenta l’unico punto da cui filtra la luce, una
via di fuga metaforica dalle logiche della guerra in cui l’istruzione
diviene atto di ribellione e resistenza, capace di trasformare il trauma
in testimonianza. Come nel caso dei Monuments Man, la difesa del proprio patrimonio culturale risulta
essere un fondamentale atto di rivendicazione identitaria.
In questo scenario l’atto di insegnare e apprendere si fa guerriglia civile. La vera sfida non è ignorare l’orrore fuggendo dai simboli del conflitto, ma “giocarli” in modo critico, imparando a decodificarli per poterli disarmare, come sottolineava Umberto Eco nel testo Lettera a mio figlio.
L’educazione diventa così una forma di resistenza che non annulla il trauma, ma impedisce alla logica bellica di occupare l’ultimo spazio di libertà: la coscienza critica. In queste aule distrutte studiare serve a impedire che il crollo di quelle mura coincida con la cancellazione identitaria di chi le abitava.
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